BACANAL DEL GNOCO

SULLE ORIGINI DEL
CARNEVALE VERONESE

13/02/2018 11:22

Correva l’anno 1531. E Verona non se la passava affatto bene. Vuoi per le devastanti inondazioni dell’Adige, vuoi per le incursioni dei Lanzichenecchi di Carlo V che combattevano Francesco I in Lombardia, fatto sta che la città era in preda a una carestia senza precedenti, di quelle con la gente che moriva di fame. I poveri piangevano e pregavano. Perché quelli, nelle carestie, sono sempre i primi a rimetterci la pelle. Gli stessi fornai avevano difficoltà a reperire la farina, di conseguenza “avevano cresciuto il loro calmiere per la produzione del pane… ed essendoci scarsità di risorse monetarie decisero di bloccarne la produzione, non vendendo nemmeno quello già pronto” (L’Istoria di Verona di Girolamo Dalla Corte). Nel Medioevo, tra i più poveri, c’erano i sanzenati, che il 18 giungo 1531 decisero di assalire i fornai, colpevoli, a parer loro, di lucrare sulla miseria della gente. Niente farina, niente pane, niente cibo per i poveri. La rivolta fu scongiurata dall’intervento filantropico di alcuni cittadini; tra questi c’era anche il medico veronese Tommaso Da Vico, che sfamò le famiglie di San Zeno con farina pagata di tasca sua. Le donne la impastarono con acqua e burro dando vita al primo gnocco (o maccherone) di Verona. Ecco perché Tommaso Da Vico viene considerato il fondatore del “Bacanal del Gnoco”, ai nostri giorni evento principale del Carnevale Veronese, che nell’ultimo venerdì prima della Quaresima (Venerdì Gnocolar) attraversa le vie del centro con una grande sfilata di carri allegorici e maschere.

Dalla verità storica alla leggenda non documentabile, ovvero dove le fonti sono discordi.

In Piazza San Zeno esiste a tutt’oggi un tavolo in pietra dove venivano invitati i poveri nel venerdì precedente la Quaresima, detto “Venerdì Consolar” (consolatore). Si narra che, proprio sul cosiddetto “Tavolo dei Pitochi” (poveracci), vennero distribuiti gli gnocchi nel 1531. Il tavolo è visibile nei giardinetti della Basilica, sulla destra, dietro al cancello, sotto lo sguardo soddisfatto del mecenate, che sulla facciata della Chiesa di San Procolo ha un busto sepolcrale. Grazie a lui, la disperazione divenne festa, con gente allegra e anche un po’bevuta. Principe dell’evento fu eletto un vecchio barbuto e rubicondo.

Quasi cinque secoli dopo mi presento nella sede del Comitato del Bacanal del Gnoco, a Porta San Zeno, perché chi meglio del Papà del Gnoco potrebbe spiegarmi le allegorie della sua maschera?

“È un’emozione grandissima per me vestire i panni del 488° Papà del Gnoco, la veronesità in persona”. Enrico Zecchetto mi accoglie con grande disponibilità e iniziamo un’intervista tanto affascinante, quanto illuminante. Che parte dai pizzi e finisce in recondite simbologie religiose.

Imparo così che, se il tessuto delle vesti del Papà del Gnoco può variare, sono invece intoccabili i colori del bianco (sfondo) e del rosso (decori), che richiamano quelli del Santo Patrono.

I calzini rossi e le scarpe bianche con pon pon rossi erano indossati dai vescovi (San Zeno vescovo di Verona…), mentre i campanellini cuciti un po’ovunque fungono da catalizzatori al passaggio del Sire del Carnevale.

La giacca, interamente ricamata, è una storia fronte-retro di richiami simbolici in rosso rubino.

Cuciti sul petto, due leoni di San Marco (la città scaligera fu dominio della Serenissima Repubblica di Venezia) dialogano con due mitrie (antichi copricapi vescovili) che evocano una solenne religiosità. I due forchettoni con lo gnocco ricordano le origini della maschera, mentre le stelle sono solo ornamentali. Sulla schiena, quella che in molti scambiano per “maniglia”, in realtà fu il primo gnocco. Complice del fraintendimento, l’originaria forma a mezzaluna.

Uno gnocco identico lo ritroviamo cucito sulla schiena dei “Maccheroni”, i seguaci del Macaron Maggiore, ovvero i capifamiglia degli elettori sanzenati.

Il mantello, esternamente rosso e internamente dorato, è a tutto tondo, perché quando il Papà del Gnoco apre le braccia, abbraccia virtualmente tutta la cittadinanza.

Sicuramente, tra gli elementi più significativi, c’è il copricapo. Si chiama “Carroccio”, ha forma pentagonale e raffigura il gazebo allestito in piazza durante la carestia per la distribuzione degli gnocchi. Abbellito da lustrini, ha coloratissime fettucce in raso lunghe fino ai piedi che rimandano ai colori dei quartieri in cui era suddivisa la Verona Medievale, aree territoriali tra l’ansa dell’Adige e i bastioni.

Papà del Gnoco, Macaron Maggiore, Sire del Carnevale: tanti gli epiteti di questa figura popolare e popolana, con barba e capelli bianchi simbolo di saggezza e dalla pancia pronunciata, metafora di abbondanza. L’abbondanza di un Re del Popolo che al purosangue preferisce il musso, per elevarsi (ma non troppo) dal tappeto dei sudditi, che dopo averlo eletto lo portano in trionfo per le vie della città.

Sotto il segno degli gnocchi.

Susanna Carli


 
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